Veda Upanishad

Platone ha copiato i veda upanishad

Il velo di māyā

Noi quindi, preda delle nostre percezioni sensoriali e della nostra mente ordinaria, è come se vivessimo addormentati e, assieme al mondo, in questa dimensione falsata, risultiamo costituiti di una realtà molteplice, sovrapposta, spesso contraddittoria che dobbiamo oltrepassare e discernere, per identificare, attraverso viveka (il nostro appunto discernimento intellettivo), il vero volto delle cose che si trova ‘oltre’ l’apparente reale. Secondo il pensiero metafisico indiano, infatti, la ‘realtà’, come etimologicamente il suo termine occidentale ci dice, è costituita di ‘res‘, di ‘cose’ cioè di un mondo meramente fatto, appunto, di ‘nomi e di forme’, che sono tuttavia ‘vere’ solo in apparenza.
In altri termini, per l’India la Verità non coincide con la realtà che viviamo, benchè al contrario la nosta mente ordinaria ci faccia vedere e pensare questo.
Secondo gli antichi Maestri della Tradizione vedica e vedantica, attraverso la pratica dello yoga tutti possono essere ‘risvegliati’ alla Verità, passando dal conoscere e vivere la ‘realtà’ solo apparente al conoscere e vivere ciò che veramente si cela, appunto, ‘oltre’ il cosiddetto “velo di māyā” percepito dalla nostra mente ‘ordinaria’.
A ben vedere in questo modo e sotto questo profilo lo yoga viene ad essere proprio, come lo definisce il Maestro e antico saggio Patañjali, “citta vṛtti–nirodhaḥ” ossia “acquietamento, neutralizzazione, arresto delle modificazioni mentali” o, per meglio dire, “delle fluttuazioni del ‘vortice mentale’ “, totalmente immerso nella māyā.
L’ azione di discernimento e dunque di ‘risveglio’ interiore è possibile in ogni essere umano attraverso la buddhi, l’ ‘intelletto discriminatore’ ubicato, come noto, al centro tra le sopracciglia, in ājña-cakra (‘cerchio del potere illimitato’ ‘del comando’ detto anche ‘terzo occhio’), ossia il centro energetico che, per il pensiero metafisico indiano, totalmente ‘altro’ dalla mente ordinaria (manas), è appunto in grado di distinguere, nelle cose create (ossia in quell’insieme di manifestazione materiali presenti in natura -definito dall’India come Prakṛti– legate a specifiche qualità o attributi delle cose esistenti -detti guṇa-), “l’anima energetica causale, vitale e sostanziale del mondo” (il cosiddetto Puruṣa), che è avviluppata in esse in qualità di loro essenza ma che, tuttavia, sostanzialmente, come vedremo meglio di seguito, medesimamente le trascende.
Puruṣa rappresenta dunque l’essenza del divino presente nelle cose, ‘l’anima del mondo’, come analogicamente le definirebbe Platone, percepibile dalla nostra discriminazione intellettiva. Puruṣa è dunque lo ‘spirito vivente essenziale’ della Prakṛti, ossia della ‘materia esistente in natura’, che lo yoga ci permette di identificare.

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